Due anni fa sono inciampata in un articolo relativo ad un cammino. Destando la mia attenzione mi sono messa a leggerlo. A fine racconto mi sono detta “questo sarà il mio prossimo cammino”.
Il 12 agosto con uno zaino di 40 litri, riempito di un cambio totale di indumenti, scarpe, beni necessari di igiene personale, di primo soccorso e la guida, comincia la mia vacanza totalmente in solitaria. Se il mio bagaglio è pieno di materialità, la mia anima è carica di emozioni di gioia e, ammetto, di leggera ansia. Ebbene sì, perché il Covid, in primo piano, ed eventi personali mi hanno tenuta in regione per ben 2 anni!!! Per me, amante dei viaggi, un fatto incredibilmente anomalo!!! Per cui sono entrata, volente o nolente, in quella invisibile prigione chiamata “comfort zone”, da cui mi sentivo soffocare e al tempo stesso mi ci sono adagiata.
Atterrata a Lisbona, con un susseguirsi di mezzi pubblici arrivo a Porto Covo. L’inizio della mia avventura.
Mi accoglie un paesello carinissimo, avvolto dalle prime luci dorate del tramonto. Percorro la via centrale del paese e mi spingo al mare. La stanchezza del viaggio, la fame e la leggera agitazione del “come sarà” svaniscono. La placida, immensa distesa d’acqua mi da il benvenuto. Scorgo un sentiero e lo raggiungo. E’ lui, contrassegnato dai colori verde e blu: il Cammino dei Pescatori. Ritorno al paese, mi fermo in una vivace locanda. Cenetta veloce sapendo che devo intraprendere i miei primi 5 km del trail per raggiungere il mio primo alojamiento.
Ci arrivo che è quasi buio; mi sembra di essere in mezzo al nulla. Fuori dal mondo. Il frinire delle cicale è quasi assordante; piombo in un sonno profondo sotto una strepitosa coperta di stelle.
160 km in 7 giorni. Un percorso compiuto quasi interamente costeggiando l’oceano. Con viste mozzafiato, senza vederne una fine, dove vaste spiagge incontaminate lasciano posto a minuscole calette solitarie raggiungibili da sentieri scoscesi. Percorro tappe interamente su sabbia, cammino su sentieri a ridosso di scogliere verticali, calpesto sabbia bianca finissima come terra rossa di sterrati affiancati da ricchissima vegetazione. E’ un sali scendi continuo di leggero dislivello, ogni tappa è un up-and-down di cambio di scenari, anche del tutto impensati: nulla si ripete o mi appare monotono. Il mio cammino è un’alternanza di spiagge, boschi, campagna, radure. Il mio camminare è lento sulla sabbia, pesante a tratti sotto il sole cocente. Impervio nei 2 giorni compiuti all’interno, quando al mattino ero avvolta dalla nebbia creata dall’umidità dell’oceano, e sospinta da un vento sferzante e freddo.





Ho attraversato pascoli, villaggi curati, minuscoli alcuni, abbandonati altri; ho pernottato in posti fatti di 3 edifici come in centri carinissimi e molto frequentati dai turisti. Tutti di case bianche, coi tetti spesso rossi, dove le viuzze si contendono locali e ristoranti per attirare chi passa a suon di profumi e di specialità; dove la gente del posto ti guarda dapprima timorosa e poi ti sorride; dove il termine obrigada/o sembra essere il loro intercalare; dove il cielo azzurro si confonde all’infinito col blu dell’oceano; dove i gabbiani fanno a gara a pavoneggiarsi nelle loro vorticose battute di caccia in acqua. Dove i miei pranzi sono a ridosso di sentieri con vista oceano. Immersa nel tutto e nel nulla. Sola e in compagnia. Dove la natura mi parla: vento, sole e mare mi avvolgono di benessere.
7 giorni di quasi nessuno durante il mio cammino, di silenzio umano; il mio “rumore” è solo il meraviglioso fragore dell’oceano. E’ energia pura respirarlo, osservarlo nel suo moto perenne; mi nutro della sua potenza, della sua immensità, della sua sconfinata bellezza.
Ogni passo è nuovo, mai uguale, mai lo stesso. Così è anche ciò che il cammino mi propone nella vista, nelle percezioni, nelle emozioni. Camminano i piedi, si consumano le già vecchie scarpe e mi alleggerisco io: di pensieri, problemi, ansie, dubbi. Non penso al dopo, tanto meno al domani. Vivo il momento: che vedo, respiro, capto.
Arrivo a Cabo de São Vicente. Ecco il faro rosso stagliarsi nel cielo blu. Ecco la fine di questo cammino. Mi fermo prima di ritornare alla realtà: gente, foto, casino. In questa baia che precede il fine trail sono sola. Mi spoglio dello zaino, mi rilasso le spalle. Mi levo le scarpe e le osservo; non ce la fanno più: crepate dalla sabbia e dal caldo. Pesto la sabbia fresca e mi dirigo a toccare la gelida acqua. Il vento non mi permette di avvertire il caldo. Guardo l’orizzonte e sorrido e piango. Di felicità, di stare bene, di fierezza… di me, di tutte le esperienze fatte, dei cammini intrapresi e conclusi e di quelli che vorrò fare; di chi ero e chi sono. Delle sofferenze, delle battaglie vinte e perse, delle soddisfazioni, della tenacia. Delle persone che valgono, che meritano, di chi amo.
Mi rimetto le scarpe e mi avvio. Quante macchine, quanta comodità, quanti selfie. Per immortalare loro in quel posto. Non la bellezza del luogo. Non il particolare.
Mi prendo una meritata birra e mi siedo sul muretto. Osservo la gente. Ognuno vive la sua storia. Ognuno compie il suo cammino.
Ho ricevuto in privato tanti messaggi che mi hanno emozionata. Uno mi ha colpita: un ragazzo mi chiede:” Cosa ti porta a camminare?” Ti rispondo ora. A scoprire e scoprirmi, a osservare e osservarmi, a lasciarmi andare, a saziarmi di nuovi vissuti, a dissetarmi di nuova libertà. Con consapevolezza. Con leggerezza. Con me.




